- Capitolo 4 -
Era
partito.
Un
controllo.
Jasper non
poteva muoversi dallo studio privato. Alice, la sua compagna, era agli
sgoccioli con la gravidanza e lui l'avrebbe fatta partorire, così Emmett lo
venne a prendere.
Rimasi da
sola su quella spiaggia, pensando a lui e all'ultima volta che rimasi ad
attenderlo a casa.
Era
d'inverno……..Era freddo, lo ricordavo bene.
Li avevo
visti uscire. La loro concentrazione pre-lavoro era allucinante, quando Edward
fu fuori dalla porta si voltò per scusarsi e tornare indietro a baciarmi.
Non avrei
mai voluto che si distraesse, così i giorni precedenti al colpo mi ero fatta da
parte come un ombra. Ero li per lui ma quando si allenavano o preparavano il
piano non mi avvicinavo. Tanto che qualche sera prima si avvicinò a me colmo di
dubbi.
-Stai
pensando di abbandonarmi?-
Mi voltai
verso quel furfante del mio compagno. Gli occhi tremuli e il sorriso triste di
chi ha paura di sapere la verità.
Il mio uomo
forte e intrepido improvvisamente si era fatto piccolo e timoroso.
-Sono qui
Edward, non me ne vado. Pensavo avessi bisogno di concentrazione. Recupereremo
il nostro tempo una volta portata a termine la missione. Tranquillo-

Le sue dita
alzarono il mio mento. Adoravo quel gesto, dava senso al mio arrendermi a lui.
In ogni piccola sfumatura nel suo sguardo o nel movimento delle sue mani c'era
il suo amore per me. Il toccarmi il volto con lo sguardo e sentirmi protetta,
il soffiare leggero delle sue dita sulle mie guance a farmi arrossire come una
bimbetta alle prime cotte.
La
vicinanza dei nostri volti era un po’ come avere due calamite che a poche
centimetri l'una dall'altra scatenavano tutta la forza attrattiva unendosi in
una sola.
Lo vedevo
muoversi come un satellite attorno al mio corpo, quasi a caricarsi pronto per
allontanarsi momentaneamente da me, ma quando questo accadeva io ne subivo il
vuoto. Trasportata dalla forza di mille buchi neri cadevo in una sorta di
attacco di panico perenne sino al suo ritorno. In quei momenti il mio cervello
cominciava ad elaborare ogni tipologia di avvenimenti possibili, dal banale
incidente stradale alla classica fuga terminata in uno scontro. Non ero capace
di stare ferma con i pensieri ed elaborando tutte queste paranoie vivevo la sua
lontananza in malo modo. La soluzione? Semplice, sovraccaricare il cervello di
informazioni per non pensarvi. Musica nelle orecchie a volume alto, saltando e
ballando come una cretina per tutta casa. Ma questo non poteva bastare. Mi
soffermavo ad ascoltare ogni singola parola e a tradurla per me, per la mia
storia, per quello che stavo vivendo.
Un fiume…
Il nostro sentimento così forte da trascinarci in questo amore inevitabile.
Un incubo…
La mia vita senza di lui.
Una
preghiera a Dio… Affinché riaprisse quella porta sano e salvo.
Ogni parola
era riconducibile a noi, perché noi eravamo tutto, l'uno per l'altra.
Era il mio
fulcro, da lui ero ripartita, riscoprendo una me stessa capace di amare e
soprattutto ancora in grado di dividersi con qualcuno. Lui era una sorpresa
continua, ma ciò che più mi lasciava basita era la mia capacità di accoglierlo,
di darmi a lui, di amarlo senza riserve.
Tutto
questo chiaramente aveva dei risvolti, negativi o positivi a seconda del punto
di vista. In quei giorni in cui la porta di casa si chiudeva con il suo saluto
erano momenti in cui la paura faceva da padrona, regalandomi ansia e panico; ma
quando rientrava…..quelle sue falcate ed il suo corpo carico di adrenalina mi
scuotevano anche da lontano ed in modo così forte da essere da subito
arrendevole, mi bastava guardarlo in quelle verdi iridi ed ero fatta di lui.
I nostri
momenti più passionali erano proprio quelli. Quando ancora l'adrenalina lo
scuoteva era capace di mostrarmi la luna, anche se ci limitavano a fare
l'amore, riusciva a farmi toccare il cielo con un dito. Mi rendeva unica e la
sola in grado di dargli piacere; alle volte tutto questo veniva scatenato da
una carezza o da un bacio. Ma divenivano speciali perché mi toccava o mi
baciava come se avesse vissuto distante da me anni luce. Forte quanto l'attesa
era il ritrovarsi e il mischiarsi in un'unica danza…..la nostra, la sola capace
di ristorarci per la sete sentita.
E lasciavo
che mi amasse solo come lui sapeva fare…..toccandomi……baciandomi…… sdraiandomi
su qualsiasi superficie si trovasse a portata di mano. In pochi mesi eravamo
riusciti a battezzare ogni superficie a nostra disposizione. Era fantastico
poterlo amare anche in modo così selvaggio ed animalesco, era una cosa che mi
faceva impazzire. Era un leone, ed il suo corpo reagiva ruggendo alle mie
parole o ai miei ansiti. Capitava spesso durante gli amplessi che il leone di
botto si trasformasse in fragile agnello pregandomi di non lasciarlo. Tanta era
la forza che mi dimostrava quanta la paura di potermi perdere che circolava
nelle sue vene.
-Non
lasciarmi…-
Spesso era
un sussurro, alle volte una preghiera, o nei momenti più intensi diveniva un
grido. Ogni volta, in qualunque modo me lo chiedesse, le mie mani cercavano di
guidarlo verso i miei occhi e fissandolo solo come una leonessa innamorata del
suo capobranco sapeva fare, cercavo di infondergli la tranquillità della nostra
eternità. Sapevo dentro di me che avremmo vissuto l'eternità assieme. Io e
Edward eravamo un'unica entità. Sin dal primo momento, in quella stanza dei
colloqui, in quel mio volerlo a tutti i costi. Era mio…… ed io ero sua.
Oggi, su
questa spiaggia sono io a chiederti di non lasciarmi. Non vivrei, e quando sono
sola mi sento ancora più vulnerabile e divisa a metà. Sento il mio cuore
battere in maniera aritmica e mi spaventa. Mi manca. Mi sento persa. Vorrei
essere con lui ma oggi come allora dobbiamo stare separati. Allora non ero
pronta al lavoro di batteria, ora non possiamo rischiare di essere presi. Siamo
comunque ricercati e la promessa che ci siamo fatti è che se uno dei due
finisse in manette l'altro avrebbe continuato con il progetto iniziale e cioè
di vivere sulla nostra isola, contando sulla nostra fortuna. Niente visite,
niente cauzioni. Nulla che potesse incastrare anche l'altro.
La libertà
per noi era un bene prezioso e non andava sprecata.
Anche se
poco credibile come promessa avrei dovuto accontentarlo.
Ma ce
l'avrei fatta?
Avrei
resistito in questa vita in solitaria senza di lui? Non penso, come del resto
non penso neanche che lui avrebbe rispettato il patto iniziale. Piuttosto
avremmo vissuto l'ora d'aria assieme.
Era quasi
il tramonto, dieci lunghe ore di lontananza, passate a camminare sul
bagnasciuga e a cercare di non fissare l'orizzonte. Dura, troppo dura.
Cellulari esclusi, trasmettitori pure. Radio off-limits. Fuori dal mondo per la
nostra sicurezza ma anche da eventuali avvertimenti o intoppi. L'unica nostra arma in quei momenti? La
pazienza.
Mentre
cercavo dentro di me l'ultimo briciolo di pazienza sentii il classico ronzio
del motore dello scafo di Emmett.
In contro
luce, riflesso di un sole rosso l'ombra nera dei due uomini in piedi sullo
scafo, quasi a dare aerodinamicità al veicolo per poter correre verso casa il
prima possibile.
Pochi metri
e il suo sorriso bianco rivolto a me.
Di nuovo
assieme, di nuovo un'unica entità.
Non vidi
neanche il movimento dell'acqua infranta dai suoi passi che fui subito travolta
dall'abbraccio del mio uomo, il mio leone.
Le sue mani
sui fianchi, le sue braccia a issarmi su di se.
-Sei
debilitato…-
-È qui che
ti sbagli. Il leone della foresta può ruggire e farsi la sua leonessa, almeno
per oggi visto le ore di riposo forzato in attesa della visita-
La sua
bocca famelica sulla mia.
Non mi
accorsi di essere stata trascinata in casa fino a quando Edward non mi
catapultò sul letto.
Lo vidi
aggirarsi intorno alla stanza. Tende chiuse. Porta chiusa. Occhi sui miei.
Lingua ad asciugarsi le labbra. Un balzo e lo trovai su me.
La sua
gabbia fatta di lui era ciò che più bramavo in quel momento.
Il suo
dolce e diritto naso stava segnando dei piccoli ghirigori sul mio viso,
incendiando la mia voglia di contatto con lui.
Dopo il
naso, decise di vezzeggiarmi con le labbra. Salate labbra. Sensuali labbra.
Labbra
capaci di accendere ogni mio senso anche quelli più nascosti e indomabili. Ora
le mie labbra cominciavano a muoversi sulle sue, reattive e volitive.
Schiocchi
di piacere scandivano il ritmo del nostro gioco, fino a sentire la sua erezione
piano piano spingersi verso il mio ingresso. Scintille e formicolii mescolati
al piacere unico di sentirlo bussare alla mia porta.
-Mi sei
mancato. Sei ossigeno-
-Vita mia-
Roca la
voce ma leste le mani a togliermi i pochi indumenti rimasti addosso.
-Tu sei
mia, se la mia vita, il mio futuro. Non ti lascio senza di me-
-Giuramelo
Edward…-
-Se tu
giuri di non lasciarmi…-
E in quel
momento fu in me
Forte,
possente, mio
-Giuro…-
Un filo di
voce, anche la mia.
Le sue
spinte voraci ci portarono all'apice in pochi istanti, lasciandomi senza fiato
e senza possibilità di proferir parola. Mi aveva presa. Mi aveva posseduta. Io
ero in balia delle mie sensazioni e non avevo modo di replicare al piacere che
mi stava facendo provare.
E con
questa consapevolezza lo sentii venire in me portando anche il mio corpo a
spasmi violenti e interminabili, fino a sentirlo accasciarsi su di me.
-Mi sono
fatto prendere cucciola, perdonami-
-Mio feroce
leone, mi hai regalato un fantastico orgasmo cosa dovrei perdonarti?-
-Gli altri
mille orgasmi che meritavi-
-E che
arriveranno cucciolo, ora copriti e riposa-
-Stai qui
con me cucciola?-
-Per sempre
cucciolo. Io sono qui con te ogni volta che vorrai, ogni volta che mi vorrai
accanto a te. Ora chiudi gli occhi e riposa. Io mi vesto e torno a scaldarti
con il mio abbraccio-
-Promesso?-
-Promesso-
Mi rivestii
e tornai da lui. Era già tra le braccia di morfeo ma feci comunque come
promesso. Mi accoccolai vicino a lui e rimasi a fissare il suo volto angelico.
-Mi hai
stregato piccolo diavoletto-
Lo vidi
sorridere e stringendomi a se lasciai che il sonno vincesse entrambi.
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